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Lui & Lei

TACCO DODICI A PIEDE LIBERO


di La-mandria
27.08.2026    |    202    |    4 8.0
"Le dita di lui tracciarono la curva della coscia di lei sotto il pelo dell'acqua, trovando una risposta immediata nell'inarcarsi della sua schiena, in un gioco di pesi e complicità dove..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Nessuno racconta mai la verità sulla cenere.
Tutti credono che sia solo sporcizia, un sottoprodotto grigio e malinconico del camino, ma chi la maneggia ogni giorno sa che possiede una sua strana, caliginosa e tattile sensualità.
S'infila ovunque.
Risale le maniche di tela grezza con un prurito leggero, si deposita sulla piega del collo come una polvere calda, e sottolinea l’incavo tra le clavicole con un'ombra scura, vellutata, che sembra tracciata a posta dal pennello di un pittore con idee decisamente poco caste.
Cenerentola, per gli amici, ovvero una comunità di topi dall'occhio lungo e dal fiuto affinato, aveva trasformato la pulizia del focolare in un'arte sottilmente provocatoria.
Non che lo facesse con calcolo premeditato, o almeno non del tutto. Ma quando ti ritrovi a dover strofinare i pavimenti di marmo freddo con un corsetto di recupero che ha perso tre stecche su quattro, ogni flessione diventa un esercizio di ginnastica involontariamente seducente.
Il calore del camino le scaldava la pelle scoperta della schiena, mentre il tessuto liso della camicia, umido di sudore e vapore, le si incollava addosso rivelando la sagoma tesa dei muscoli a ogni colpo di spazzola.
“Più giù, Cenerentola! Pulisci sotto la credenza e cerca di non far straripare quel poco di decenza che ti è rimasta!” strillò la Matrigna dalla cima della scalinata, sventolandosi con un ventaglio di piume di struzzo decisamente spennato, da cui esalava un profumo stantio di lavanda essiccata.
Lady Tremaine era una donna la cui severità era pari solo alla sua frustrazione cosmetica.
Aveva passato gli ultimi vent’anni a tentare di soffocare la naturale esuberanza della figliastra sotto strati di stracci informi, ma il risultato era stato un disastro controproduttivo: gli stracci, usurati dal tempo e lisi nei punti critici, finivano sempre per aderire con maliziosa precisione proprio laddove la natura era stata più generosa, segnando la rotondità dei fianchi e l'incavo della vita a ogni movimento.
“Subito, matrigna!” rispose Cenerentola, la cui voce non aveva nulla della serva sottomessa, ma vibrava della tonalità profonda e vellutata di un liquore versato a tarda notte.
Sotto la credenza, intanto, Jacque e Gas — due topi che avevano visto abbastanza mondo da considerarsi raffinati intenditori — osservavano la scena da una fessura del battiscopa, immersi nell'odore denso di cera per mobili e legno stagionato.
“Guardala, Jacque.” squittì Gas, sgranocchiando una crosta di formaggio stagionato dal profumo pungente.
“Quella flessione del bacino è illegale in almeno tre contee. “
“Zitto e porta rispetto.” ribatté Jacque, sistemandosi i baffi arricciati.
“È una dama. Solo che è una dama costretta a fare lo squat otto ore al giorno. Il tono muscolare è un'inevitabile conseguenza della fisica.”
Nel frattempo, nella sala grande, Genoveffa e Anastasia stazionavano davanti allo specchio dorato, impegnate in un'operazione di ingegneria tessile che rasentava il masochismo puro.
L'aria era satura di cipria di riso che faceva pizzicare la gola.
L'invito al gran ballo reale era arrivato quella mattina stessa, portato da un valletto la cui livrea era così stretta che il poveretto aveva sofferto di un lieve svenimento direttamente sull'uscio.
Il Re, stanco delle scappatelle del Principe e preoccupato per la continuità della dinastia, aveva deciso di tagliare la testa al toro: una festa, tutte le zitelle del regno riunite, e un ultimatum al figliolo. "Scegli una donna entro mezzanotte, o ti mando a governare la guarnigione nelle paludi del nord, dove l'unica cosa morbida è il muschio sui tronchi."
“Stringi! Stringi, imbecille!” ruggì Genoveffa, aggrappata con le nocche bianche alla colonna del letto mentre Anastasia le tirava i lacci del corsetto con l'impeto di un marinaio durante una tempesta di forza nove.
“Se stringo ancora ti escono gli occhi dalle orbite e la cassa toracica ti salta in aria!” protestò Anastasia, la cui faccia aveva già assunto una rassicurante sfumatura prugna matura.
“Non importa! Il Principe deve vedere una vita da vespa, non un tronco di quercia! Se mi viene da svenire, mi raccomando, fai in modo che io cada esattamente tra le sue braccia. Non sul tappeto, che è pieno di peli di gatto e mi fa venire gli starnuti.”
Cenerentola entrò nella stanza portando una stesa di nastri di raso rosa e pizzi che odoravano vagamente di muffa e cassapanche chiuse.
Le due sorelle la squadrarono con un misto di disprezzo e malcelata invidia.
Cenerentola era spettinata, una striscia di fuliggine nera le attraversava la guancia destra fino a perdersi nella scollatura della camicia sbottonata quel tanto che bastava per farla respirare, eppure emanava un'energia calda, carnale, che faceva sembrare le due sorelle due meringhe andate a male al sole.
“Guarda questa stracciona.” disse Anastasia, strappandole di mano i nastri con uno strappo secco. “Immagino che tu voglia venire al ballo con noi, vero? Ti vedi già a fare gli occhi dolci al Principe con quel vestito che sembra sopravvissuto a un incendio doloso?”
“In realtà” disse Cenerentola, con un sorriso lento che fece innervosire Genoveffa e rivelò un piccolo incavo sulla guancia “il principe mi fa un po' pena. Immagino che debba sorbirsi centinaia di fanciulle steccate come bustini di balena, tutte intente a ridacchiare per nascondere che non riescono a immettere ossigeno nei polmoni. Una vera tortura medievale.”
“L'etichetta richiede sacrifici!” la liquidò la Matrigna, entrando nella stanza con passo felpato e lo sguardo d'acciaio.
“E tu, mia cara, farai il sacrificio di rimanere qui a pulire i caminetti della biblioteca. Ci sono tre quintali di cenere che ti aspettano. Cerca di non finire di nuovo per terra a fantasticare.”
Quando la carrozza della famiglia Tremaine finalmente partì, tra cigolii di ruote sulla ghiaia e grida d'aiuto soffocate dalle stecche dei corsetti, la casa piombò in un silenzio denso, quasi tattile, rotto solo dal crepitio degli ultimi ceppi di legna.
Cenerentola si lasciò cadere sulla panca di legno della cucina.
Si sbottonò i primi tre bottoni della camicia, liberando un sospiro caldo che fece oscillare la fiamma dell'unica candela accesa, creando ombre danzanti sulla sua pelle dorata.
Si guardò le mani, sporche di carbone, e poi le gambe, stanche ma indubbiamente scolpite e ben modellate da anni di scale salite a passi da corsa.
“Un ballo.” mormorò tra sé, sciogliendosi i capelli che caddero in un'onda ramata e pesante sulle spalle nude.
“Tutto quel marmo freddo, quella musica... e neanche una persona con cui ballare sul serio. Senza dover fare la riverenza. Senza doversi preoccupare dell'orlo.”
“Beh, per l'orlo possiamo fare qualcosa, ma per la puzza di fumo serve un miracolo.” disse una voce vellutata alle sue spalle.
Cenerentola si voltò di scatto.
Seduta sul tavolo da stiro, con le gambe accavallate e un bicchiere del Xeres riservato alle grandi occasioni tra le dita affusolate, c'era una donna sulla cinquantina, vestita con una mantella di velluto azzurro notte che lasciava intravedere molto più di quanto la morale dell'epoca ritenesse opportuno.
“E tu chi saresti?” chiese Cenerentola, portandosi d'istinto una mano al petto dove il cuore aveva preso a battere più rapido.
“La tua Fata Madrina, tesoro.” disse la donna, mandando giù l'ultimo sorso di Xeres con un colpo di gola invidiabile e una schioccata di labbra.
“E lasciatelo dire: quella camicetta ti sta malissimo, ma il decolleté merita decisamente un palcoscenico migliore di questa cucina.”
La Fata Madrina fece girare il bicchiere vuoto tra le dita finissime, squadrando Cenerentola come un sarto di alta moda analizza una tela grezza prima del primo taglio, catturandone ogni angolo e proporzione.
“Chiariamo subito una cosa, ragazza.” disse la Fata, balzando giù dal tavolo con un’agilità elastica che smentiva i suoi abiti sontuosi e il peso dei suoi anni. “La storiella della zucca e dei topolini che diventano cavalli è un’invenzione di quelli dell’ufficio stampa reale per far sembrare il tutto una fiaba per bambini. La realtà richiede molta più... chimica. E un pizzico di malizia applicata.”
Cenerentola si alzò dalla panca, riassestandosi la camicia con un gesto istintivo che ne sottolineò il torso.
“Nessuna zucca?”
“Per carità! Odoro di orto per tre giorni e la buccia lascia residui sotto le unghie.”
La Fata sventolò una bacchetta d'ebano finemente lavorata, che assomigliava terribilmente a un bocchino per sigarette di lusso. “No, noi puntiamo sull'illusione ottica, sul taglio sartoriale che segue le forme e su un pizzico di magnetismo personale. Ma prima, spogliati.”
“Come, prego?”
Hai sentito benissimo.
Quelli stracci di canapa devono sparire. Non posso lavorare sulla materia prima se è avvolta in un sacco di patate che puzza di focolare spento.
Cenerentola non se lo fece ripetere due volte. Sciolse i lacci consumati e lasciò cadere i tessuti ruvidi sul pavimento di pietra.
L’aria fresca della sera le accarezzò la pelle nuda, provocandole un brivido leggero che le fece rizzare i piccoli peli sulle braccia, ma non ci fu tempo per l'imbarazzo: la Fata la fece girare con due dita esperte, osservando la struttura muscolare scolpita da anni di strofinamento di pavimenti e impasti di pane.
“Perfetto.” mormorò la Fata, con un sorriso a metà tra l'approvazione professionale e la complicità femminile.
“Niente corpetti rigidi che impediscono di respirare come quelli delle tue sorellastre. Loro stasera sembreranno due insaccati sottovuoto destinati all'apoplessia. Tu, invece, sarai libera.”
Con un gesto fluido della bacchetta d'ebano, da cui promanò un odore di ozono e vaniglia nera, un filo di luce azzurro metallico iniziò a tessersi direttamente attorno al corpo nudo di Cenerentola. Non era seta, non era velluto: era una sostanza sensuale, semitrasparente nei punti strategici e incredibilmente sbieca lungo i fianchi.
Scendeva morbida sulle natiche accompagnando ogni respiro, accarezzava la schiena lasciando scoperte le scapole fino alla base dei lombi e si incrociava sul petto con una scollatura a V che non lasciava spazio a equivoci, ma manteneva una grazia rigorosa.
“E le scarpe?” chiese Cenerentola, guardandosi i piedi nudi sulla pietra fredda.
“Ah, il pezzo forte.” disse la Fata, facendo comparire dal nulla due calzature che sembravano sculture fatte di gocce di pioggia solidificate.
“Non è vetro ordinario, si frantumerebbe al primo passo. È policarbonato magico. È flessibile, risponde al calore corporeo, aderisce come una seconda pelle e soprattutto... accentua l'inclinazione del polpaccio di ben dodici centimetri. Il tuo incedere non sarà una semplice camminata, sarà una promessa esplicita.”
Cenerentola infilò i piedi nelle calzature: il materiale era dapprima fresco, poi si adattò istantaneamente al calore dei suoi piedi, fasciandoli senza stringere, proiettando il suo bacino in avanti e regalandole una postura sinuosa.
“E la carrozza?”
“Niente carrozza. Un uomo che si rispetti non si fa incantare da un tiro a sei trainato da cavalli spossati. Te ne andrai su una sella di cuoio nero lucido, a cavallo di un destriero nero come la notte che ho preso in prestito dalle stalle private del Re. E imparerai a guidarlo da sola, stringendo i fianchi attorno al suo torace.”
Nel frattempo, al palazzo reale, il Principe Edoardo stava affogando la sua noia in un calice di idromele speziato che gli scaldava la gola senza sopire l'insofferenza.
Il gran salone era un trionfo opulento di stucchi dorati, pizzi ridicoli, risate stridule e sguardi disperati di madri che cercavano di piazzare le figlie.
Genoveffa e Anastasia stavano tentando di attirare la sua attenzione esibendosi in un minuetto che assomigliava di più a una danza di guerra balcanica.
I loro corsetti stringevano così tanto che ogni volta che prendevano un respiro affannoso si sentiva lo scricchiolio minaccioso dei busti in stecca di balena.
“Maestà” si avvicinò il Gran Ciambellano, asciugandosi il sudore abbondante sulla fronte con un fazzoletto cifrato. “siete tenuto a scegliere una dama entro mezzanotte. Vostro padre è già al terzo giro di grappa di ginepro e minaccia apertamente di diseredarvi e spedirvi a fare la guardia ai confini.”
“Ciambellano” rispose il Principe, osservando la folla con occhi scuri e stanchi “queste donne sono confezionate come regali di Natale. Troppa ovatta, troppa cipria, zero sostanza. Cercano tutte un titolo da esibire. Nessuna di loro mi ha guardato come se volesse davvero staccarmi la giacca a morsi.”
In quel preciso istante, l'enorme portone di bronzo della sala da ballo non si aprì con la solita pesante solennità: venne spalancato da una folata di vento freddo che fece oscillare pericolosamente i lampadari di cristallo, spegnendo decine di candele.
Cenerentola fece il suo ingresso.
Non c'era nessun valletto a pronunciarne il nome, perché nessuno a corte lo conosceva.
Entrò a passo lento, conscia dell'effetto del tacco dodici sul marmo lucido, tenendo la frusta di cuoio del cavallo ancora stretta nella mano destra.
I suoi capelli ramati erano scompigliati dal galoppo e le ricadevano disordinati sulle spalle nude; l'abito azzurro scivolava a ogni passo, rivelando la linea scultorea delle gambe attraverso le trasparenze del tessuto magico. Odorava di pioggia, cuoio caldo e quella sottile scia di spezie selvagge che la Fata le aveva spruzzato dietro le orecchie e incavato dei gomiti.
Il silenzio nella sala divenne istantaneamente assoluto, quasi solido.
Il bicchiere del Re si bloccò a mezza strada dalla bocca. Genoveffa dimenticò di inalare aria e svenne sul posto, tra aliti di lavanda e le stecche di balene spezzate del corpetto.
Il Principe Edoardo appoggiò lentamente il suo calice d'argento sul vassoio di un paggio sbalordito. La sua noia era svanita in un millisecondo, sostituita da un’improvvisa, calcolata e deliziosa scossa di adrenalina che gli fece bruciare il sangue nelle vene.
“Chiunque lei sia” mormorò il Principe, muovendo i primi passi decisi verso di lei “non ha la minima intenzione di fare la riverenza.”
Edoardo non attraversò il salone come un principe che va incontro a una suddita; camminò come un predatore che ha finalmente fiutato qualcosa di edibile e selvaggio in un banchetto di plastica.
Le dame ai lati della pista si scostarono con piccoli squittii soffocati e fruscio di gonne, mentre Cenerentola rimase ferma al centro del pavimento intarsiato, bilanciando il peso del corpo su uno dei due tacchi trasparenti con un'inclinazione del bacino che sfidava sia la gravità che il buonsenso della corona.
“Nessuna riverenza?” esordì Edoardo, fermandosi a mezzo metro da lei.
La sua voce era più bassa di un'ottava rispetto a quando interloquiva con i diplomatici, impastata di un tono ruvido.
“Le mie ginocchia hanno già dato per oggi, Maestà.” rispose lei, facendosi scivolare la frusta da equitazione tra le dita affusolate prima di agganciarla con un gesto pigro alla cintura d'argento.
“E poi, il vostro pavimento è così lucido che rischierei di mostrarvi più di quanto il vostro Ciambellano sia disposto a tollerare senza svenire.”
Il Ciambellano, a un paio di metri di distanza, portò una mano al petto ansante e fece un verso simile a quello di un tacchino strangolato. Il Principe, invece, accennò un sorriso affilato che gli scoprì i denti.
“Una proposta allettante, ma preferisco scoprire le cose un po' alla volta. Vi dispiace se balliamo? O le vostre ginocchia sono troppo stanche anche per un valzer?”
“Dipende da chi guida.” replicò Cenerentola, offrendogli la mano nuda.
Non fu un ballo. Fu un sequestro di persona a tempo di musica.
Quando Edoardo le posò la mano sulla schiena, il suo palmo caldo incontrò solo la pelle nuda e morbida tra le scapole, tesa e levigata dal lavoro.
L'abito tinto di luce azzurra si muoveva come un fluido algebrico: ogni volta che la ragazza ruotava con sicurezza sui tacchi di policarbonato, il tessuto scivolava lungo le cosce rivelando lo stacco della gamba fino all'anca, per poi ricadere con una pesantezza drammatica esattamente un secondo prima che la vista diventasse scandalosa.
Edoardo la strinse a sé più di quanto la decenza della corte avesse mai visto dal 1400 a quel momento.
Sulla pista da ballo rimase solo un vortice azzurro e nero, accompagnato dal picchiettare ritmico dei tacchi sul marmo.
“Voi non siete di queste parti.” mormorò il Principe, azzerando le distanze finché le sue labbra non sfiorarono il lobo dell'orecchio di lei, sentendo il calore che la ragazza emanava. “Nessuna donna di palazzo odora di pioggia, cuoio e focolare. E nessuna donna oserebbe guardarmi dritto negli occhi mentre le stringo la fessura della vita in questo modo.”
“Forse perché le altre sono soffocate dalle stecche di balena, Altezza.” mormorò lei di rimando, lasciando che la propria testa si inclinasse all'indietro, offrendo la linea scoperta del collo alla vista di lui.
“O forse perché sono l'unica a non volere il vostro castello.”
“E cosa volete, allora?”
“Una mezz'ora di svago. E vedere se il Principe ereditario sa fare qualcosa oltre a firmare decreti e farsi vestire dai paggi.”
Edoardo trasse un sospiro cupo, a metà tra la sfida e una scossa elettrica che gli risalì lungo la colonna vertebrale.
La fece girare su sé stessa con una presa decisa sul polso, riattirandola a sé con un colpo secco.
Il corpo di Cenerentola impattò contro il suo con una precisione quasi geometrica; il petto rigido di lui sentì chiaramente il ritmo accelerato del cuore di lei sotto quel velo di seta magica. Odoravano entrambi di sudore leggero, di spezie e di quel sottile aroma metallico che ricorda il rame prima di una tempesta.
“Il giardino.” le sussurrò lui contro la bocca, a un millimetro dalle sue labbra, sentendo l'aria calda del suo respiro.
“Ora.”
“Il Gran Ciambellano sverrà definitivamente.”
“Lasciatelo svenire.”
Il roseto reale era avvolto nel buio, rischiarato solo dalla luce argentea della luna piena e dai bagliori fiochi che filtravano dalle alte vetrate del salone.
L'aria della notte era densa del profumo zuccherino dei fiori notturni e del calore dei loro corpi ancora pulsanti per la danza.
Edoardo spinse Cenerentola contro la balaustra di marmo freddo che dava sulla fontana del Nettuno. Le sue mani, non più frenate dal galateo della pista, risalirono dai fianchi sbiechi della ragazza fino alle costole, sentendo la pelle viva traspirare sotto il tessuto impalpabile.
“Chi siete?” pretese di sapere lui, avvicinando il viso finché le loro respirazioni non si confusero del tutto.
“Una visione fantascientifica.” rispose lei, agganciando le dita nei baveri della giacca di lui e tirandolo giù verso di sé con decisione. “O forse solo una persona che domani mattina si sveglierà con i dolori muscolari.”
Il bacio che seguì non ebbe nulla di fiabesco o timido.
Fu un contatto urgente, affamato, di quelli che profumano di rame, pelle e di proibito.
Le labbra di Edoardo catturarono quelle di Cenerentola con una pressione dominante, e lei rispose aprendosi senza riserve, facendosi dondolare contro il marmo caldo dalla notte estiva, mentre le dita forti di lui si intralciavano nei suoi capelli scompigliati, sciogliendo del tutto l'acconciatura improvvisata.
La mano del Principe scivolò più in basso, lungo la curva tesa della coscia, trovando la stoffa magica che si arrendeva al suo tocco come cera fluida.
Cenerentola emise un piccolo suono soffocato in fondo alla gola, un sospiro caldo che andò a morire direttamente contro il collo del Principe, proprio mentre il primo rintocco sordo della torre dell'orologio tagliò l'aria della notte.
BUM.
Cenerentola si bloccò all'istante, gli occhi sgranati nella penombra notturna.
“Il primo.” mormorò, col fiato corto.
“Non me ne importa nulla dell'orologio.” disse Edoardo, tentando di riprendere la sua bocca con ritrovata foga.
BUM.
“Purtroppo a me sì.” disse lei, sgusciando via dalla sua presa con la fluidità di un'anguilla.
Il tessuto del suo abito stava già iniziando a perdere quella trasparenza magica, diventando impercettibilmente più denso, ruvido, ritornando fibra di canapa da lavoro.
“Se resto qui altri tre rintocchi, vedrete cose che annullerebbero il vostro desiderio per i prossimi dieci anni.”
“Aspettate!” Edoardo cercò di afferrarle il polso, ma lei era già schizzata verso la scalinata di marmo.
Con i tacchi alti dodici centimetri di policarbonato trasparente, correre su una scalinata scivolosa era un'impresa suicida. ma Cenerentola aveva passato anni a schivare i gatti di casa portando tre secchi d'acqua alla volta. Scese i primi gradini con una grazia acrobatica, mentre il tessuto del vestito svaniva sfilacciandosi in stracci ruvidi e l'odore di cenere tornava a farsi strada.
All'ottavo rintocco, con un gesto del tutto calcolato e privo di qualsiasi goffaggine, Cenerentola scalzò la calzatura destra con la punta del piede sinistro.
La scarpetta di policarbonato rotolò con un suono nitido e metallico lungo il marmo, fermandosi proprio ai piedi del Principe che la inseguiva.
“Un souvenir!” gli urlò lei sopra la spalla, mentre scavalcava la balaustra inferiore per balzare direttamente sulla sella in cuoio del suo cavallo nero. “E non provate a cercarmi con una calzata normale: quella scarpa è fatta su misura per un'anatomia decisamente particolare!”
Prima che il dodicesimo rintocco finisse di risuonare nel silenzio della notte, il galoppo furente del destriero era già un'eco lontana lungo il viale dei cipressi, lasciando il Principe Edoardo da solo sulla scalinata, con una scarpetta trasparente tra le mani che emanava ancora un leggero, inconfondibile calore umano e un tenue profumo di vaniglia e fumo.
Il giorno seguente, il regno non fu svegliato dalle trombe reali, ma da un brusio isterico che attraversò ogni borgo e viuzza.
Il Principe Edoardo non aveva inviato i soliti valletti di corte a cercare la proprietaria della scarpetta; s’era presentato lui di persona, a cavallo, scortato soltanto dal Gran Ciambellano (ancora visibilmente provato e con gli occhi cerchiati) e con una determinazione che somigliava molto a un'ossessione carnale.
La scarpetta di policarbonato magico riposava su un cuscino di velluto rosso cupo.
Non era una calzatura ordinaria: l'angolo del tacco sfidava l'anatomia tradizionale e la sagoma interna rivelava una pianta affusolata, un arco plantare pronunciato e un'inclinazione del collo del piede che solo anni di camminate a piedi nudi o balli sfrenati potevano scolpire con tale precisione.
Quando il corteo Reale arrivò a villa Tremaine, Genoveffa e Anastasia erano pronte al martirio fisiologico.
“Tagliatemi le dita se serve!” sibilò Genoveffa ad Anastasia mentre si buttavano sul divano della sala d'ingresso con le gonne arricciate.
“Accorciatemi il tallone con la pialla! Se divento Regina, me ne sto a letto per il resto della vita e le gambe non mi serviranno comunque più per camminare.”
Il Principe entrò senza preamboli o saluti di circostanza.
Si guardò attorno con aperto disinteresse, ignorando i profumi a buon mercato che le due sorelle s'erano rovesciate addosso nel tentativo disperato di coprire l'odore di sudore freddo e ansia.
“Provatela.” si limitò a dire Edoardo, indicando il cuscino con un gesto perentorio del capo.
Anastasia fu la prima.
Spinse il piede nella scarpetta con la delicatezza di un rinoceronte che tenta di infilarsi in una tana di coniglio. Il policarbonato trasparente, inflessibile di fronte alla falsità, rimase rigido. Il tallone di Anastasia sporgeva di almeno quattro centimetri, assomigliando sgradevolmente a una pagnotta lievitata fuori dallo stampo di cottura.
“Un piccolo sforzo del Ciambellano e entra!” rantolò Anastasia, con la faccia che passava dal viola al cremisi.
“Vostra Altezza” disse il Ciambellano tergendosi il collo sudato “temo che la carne stia cedendo prima della struttura sintetica.”
Genoveffa ci provò con la forza bruta, tentando di scivolare dentro a tradimento con l'aiuto di un tubetto di strutto prelevato di nascosto dalle cucine. Il risultato fu un effetto ventosa imbarazzante, seguito da un suono di risucchio umido che fece trasalire i cavalli fermi nel cortile.
“Basta così.” la fermò Edoardo, visibilmente disgustato.
Si voltò verso Lady Tremaine, che stazionava nell'ombra del corridoio con un'espressione di gelida e composta sconfitta. “Avete altre donne in casa?”
“Soltanto una serva, Maestà” sibilò la Matrigna, tentando di intercettare il suo sguardo severo. “Una stracciona. Lavora nelle ceneri. Non è stato nemmeno possibile farla accedere alla sala del banchetto, figuriamoci al ballo.”
“Non ho chiesto la sua mansione.” ribatté il Principe con voce glaciale che non ammetteva repliche. “Ho chiesto di vederla. Ora.”
Cenerentola scese le scale della cucina senza fretta.
Indossava di nuovo i suoi abiti da lavoro di tela ruvida, la camicia sbottonata quel tanto che bastava per lavorare comodamente e le maniche rimboccate fin sopra i gomiti, rivelando avambracci tonici. Sulla guancia sinistra c'era una traccia fresca di fuliggine, ma la sua camminata era la stessa identica sequenza di curve fluide che aveva paralizzato la sala da ballo la notte precedente.
Edoardo si alzò in piedi nel momento stesso in cui la vide varcare la soglia.
Non le serviva l'abito azzurro di seta magica.
Odorava di fumo, di legna tagliata e di quella stessa nota speziata che gli era rimasta impressa sulle mani e nella memoria.
“Vostra Altezza.” disse lei, fermandosi a un passo da lui e accennando un inchino del tutto privo di sottomissione.
“Cercate qualcosa che ho smarrito?”
Il Principe non rispose con le parole.
Prese la scarpetta dal cuscino di velluto, si inginocchiò su un solo ginocchio davanti a lei — uno strappo al protocollo che fece svenire definitivamente il Ciambellano sulle piastrelle polverose — e le prese la caviglia con la mano destra. La sua presa era calda, salda, esattamente come la notte prima sul marmo della balconata.
Cenerentola sollevò leggermente la gonna di tela ruvida, rivelando la gamba nuda e tonica. Il tacco di policarbonato sfiorò le sue dita.
La calzata non fu solo facile: fu una congiunzione astronomica.
Il piede di Cenerentola scivolò all'interno della scarpetta con un fruscio impercettibile. La struttura magica aderì alla sua pelle come una patina di rugiada, evidenziando la linea perfetta del polpaccio e l'arco pronunciato del collo del piede senza stringere, senza il minimo sforzo.
Un silenzio denso calò sulla stanza. Genoveffa e Anastasia sgranarono gli occhi, mentre Lady Tremaine stringeva il suo ventaglio spennato fino a spezzarne il manico di legno sagomato.
Edoardo non si alzò subito. Rimanendo in ginocchio, risalì lentamente con lo sguardo lungo la gamba di lei, soffermandosi sulla coscia e fermandosi infine sulle sue labbra carnose.
“Avete lasciato cadere una cosa molto costosa sulla mia scalinata.” mormorò lui, afferrandole il polso e tirandola leggermente verso il basso.
“Era l'unico modo per assicurarmi che veniste a restituirmela di persona.” rispose Cenerentola a bassa voce, chinandosi su di lui finché i loro respiri non tornarono a incrociarsi caldi.
“Le visite ufficiali sono così noiose.”
Il Principe si alzò di scatto, traendo Cenerentola a sé per la vita davanti agli occhi inorriditi della Matrigna.
La tenne stretta contro il petto, infischiandosene della cenere che le sue vesti da lavoro stavano lasciando sulla sua giacca reale d'alta uniforme rifinita in oro.
“Il ballo è finito.” annunciò Edoardo, voltandosi verso il Ciambellano rinvenuto senza lasciare la presa sulla ragazza.
“E la monarchia ha appena cambiato gestione sartoriale.”
Cenerentola gli sorrise, un sorriso lento e malizioso che prometteva un regno decisamente poco noioso, prima di lasciarsi condurre fuori dalla villa, scalza da un piede e rivestita di cristallo dall'altro, pronta a mostrare al palazzo reale come si governa senza corsetti.
La carrozza reale non fu mai utilizzata per il tragitto di ritorno.
Cenerentola pretese — e ottenne — di percorrere la strada verso il palazzo in sella, seduta davanti a Edoardo sul suo destriero nero.
Con un solo piede calzato nella scarpetta trasparente e l’altro nudo e affusolato adagiato sul fianco caldo del cavallo, la nuova futura regina fece il suo ingresso nella capitale offrendo al popolo uno spettacolo decisamente distante dall'iconografia tradizionale.
A corte, l'accoglienza fu un capolavoro di ipocrisia diplomatica. Le dame di compagnia, avvolte in veli di seta rigida e stecche di balena che impedivano persino i saluti più elementari, osservarono Cenerentola smontare da sella con un salto agile, la camicia da lavoro macchiata di fuliggine e un’espressione di aperta sfida negli occhi legnosi.
“Vostra Altezza” intervenne la Dama d'Onore Capo, una donna la cui rigidità morale competeva solo con quella del suo bustino. “La tradizione impone tre giorni di purificazione, un bagno di latte di capra e la vestizione con il corsetto della casata prima di accedere alle stanze private.”
Cenerentola si voltò verso di lei, facendosi scivolare la scarpetta dal piede con un gesto lento e meditato della caviglia.
“Il bagno lo faccio volentieri, ma d'acqua calda e sapone di Marsiglia” disse, mentre il Principe le cingeva la vita da dietro, appoggiando il mento sulla sua spalla senza il minimo riguardo per le etichette.
“Quanto al corsetto... tenetelo per voi. Ho passato anni a piegarmi per pulire i vostri caminetti; d'ora in poi, chi vorrà parlarmi si piegherà al mio livello.”
Edoardo soffocò una risata contro il collo di lei, sfiorando con le labbra la pelle ancora tiepida dal viaggio a cavallo.
“Avete sentito la futura Regina?” ordinò il Principe alla servitù immobile.
“Portate l'acqua. E bruciate tutti i bustini di palazzo. È il mio primo decreto.”
La vasca della stanza reale era una struttura monumentale di marmo scavata direttamente nella pietra, abbastanza capiente da ospitare ben più di una persona. Quando il vapore dell'acqua calda riempì la stanza, portando con sé l'essenza pungente di lavanda selvaggia e pino, la rigidità delle ultime ventiquattr'ore si sciolse del tutto.
Edoardo non aspettò che i paggi congedassero la scorta.
Chiuse la porta a chiave personalmente, si liberò della giacca d'alta uniforme con un gesto sbrigativo e raggiunse Cenerentola ai bordi della vasca.
“Niente più favole, dunque?” mormorò lui, vedendola immersa fino alle spalle nell'acqua fumante, i capelli ramati raccolti in un nodo provvisorio sulla nuca che lasciava scoperto il collo bagnato.
“Le favole sono noiose.” rispose lei, allungando una gamba bagnata per appoggiare la punta del piede sulla pancia di lui, trattenendolo a distanza di sicurezza solo per il gusto di provocarlo. “Preferisco le trattative dirette.”
Il Principe afferrò la caviglia di lei, la stessa che poche ore prima aveva fatto scivolare la scarpetta di policarbonato, e la tirò verso di sé senza troppe cerimonie.
Entrò nella vasca vestito solo della sua camicia di lino, che in un attimo divenne trasparente e aderente, rivelando la struttura muscolare sotto il tessuto bagnato.
“La trattativa comincia adesso.” disse Edoardo, azzerando la distanza e catturando la bocca di lei in un bacio che non aveva nulla di regale e molto di urgente.
Le mani di Cenerentola trovarono subito i capelli del Principe, tirandolo a sé mentre l'acqua oscillava ai bordi del marmo.
Non c'erano magie di Fata Madrina a sostenere quel momento, né scadenze di mezzanotte da rispettare.
C'era solo una profonda, innegabile intesa, fatta di sguardi maliziosi, risate soffocate contro la pelle bagnata e una complicità che avrebbe messo a dura prova la pazienza del Gran Ciambellano per i decenni a venire.
Le mani di Edoardo scivolarono lungo la schiena bagnata di Cenerentola, risalendo con lentezza deliberata per tracciare ogni vertebra prima di soffermarsi sull'incavo della vita.
L'acqua della vasca, calda e profumata di lavanda selvaggia, creava un'atmosfera sospesa, infranta solo dai loro respiri sempre più brevi e sincronizzati.
Cenerentola non arretrò di un millimetro.
Si sollevò leggermente sulle ginocchia, spezzando la distanza restante per aderire al petto del Principe, sentendo la camicia di lino di lui—ormai del tutto trasparente per l'acqua—incollarsi alla propria pelle come una seconda vestizione.
Le dita di lei si intralciarono nei capelli bagnati di Edoardo, tirandolo a sé con un'urgenza che non chiedeva permesso, mentre lui le cingeva i fianchi con una presa salda, sollevandola appena per annullare ogni minima barriera.
Ogni contatto era un'esplorazione priva di retorica: la bocca di Edoardo abbandonò le labbra di lei per scendere lungo la linea del collo, soffermandosi sulla clavicola dove la pelle conservava ancora il calore della corsa a cavallo.
Cenerentola reclinò il capo all'indietro, lasciando che un sospiro profondo le sfuggisse dalle labbra e andasse a perdersi contro le pareti di marmo.
La superficie dell'acqua continuava a incresparsi al ritmo dei loro movimenti, un'onda ritmica e fluida che accompagnava l'incastro perfetto dei loro corpi.
Non c'era più spazio per il galateo, per l'etichetta o per le maschere della corte; c'era soltanto una tensione accumulata tra sguardi ammalianti e fughe a mezzanotte che trovava finalmente la sua naturale, inevitabile conclusione.
Le dita di lui tracciarono la curva della coscia di lei sotto il pelo dell'acqua, trovando una risposta immediata nell'inarcarsi della sua schiena, in un gioco di pesi e complicità dove nessuno dei due guidava davvero, ma entrambi si lasciavano travolgere.
Quanto alla scarpetta di cristallo, non finì mai in una teca di museo. Fu sistemata con cura sul comodino della camera reale, come un monito per chiunque pensasse che per conquistare un regno servissero buone maniere e abiti accollati.
Bastava un pizzico di cenere, l'angolo giusto della caviglia e la totale incapacità di fare la riverenza.

Vacca 24
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